PROLOGO
Piove.
In questa città, sepolta sotto le nuvole, avvolta di luce artificiale, come una cattedrale, le lacrime del cielo cadono senza posa, come fosse impossibile farle smettere.
La gente che si ripara sotto gli ombrelli, è diventata immemore del cielo.
Lo guarda dalle piccole finestre degli appartamenti, ma senza scrutarne le altezze.
Come vede la pioggia, la gente cessa di guardare e prende l’ombrello prima di uscire.
Era così anche prima?
Prima che gli angeli cadessero?
O con loro è caduta, su questa città, l’ira del Signore?
E’ avvenuto, ma nessuno è riuscito a catturare l’istante.
Come se qualcosa d’importante fosse passato sotto gli occhi di ognuno, ma così silenzioso, così improvviso e lento, o veloce, da essere risultato invisibile a tutti, tranne, forse, a coloro che vi sono coinvolti.
Questa città è divenuta una prigione, la pioggia disegna sbarre su ogni finestra ed il cielo, colore del piombo, non mostra pietà alcuna.
Eppure, una prigione non è forse un luogo in cui scontare la propria pena e da cui, prima o poi, uscire per riprendere la propria vita?
In posti diversi di questa città, esistono delle creature che guardano il cielo e, ogni giorno, sperano di vederlo aprirsi, come in un abbraccio, e sorridendo invitarli a salire, nuovamente, per avvolgerli nell’azzurro.
E tuttavia, ancora prigionieri del loro peccato, condannati a distorte memorie, frustrati desideri, sogni proibiti, gli angeli caduti vagano per le strade, alla ricerca di un modo per tornare lassù…
Ed io non posso fare altro che ascoltare le loro voci, con occhi privi di lacrime…
CAPITOLO 1 : DEMIAN
Tutto quello che vedo è bello.
Tutto quello che vedo è brutto.
Tutto quello che mi circonda non mi appartiene, come se fosse sempre poco oltre la portata delle mie mani.
So che non sono di questo mondo, porto il marchio tra le spalle. Un marchio crudele.
Le mie ali strappate.
Ho pochi ricordi di quando avevo le ali, eppure ancora adesso mi sembra, qualche volta, di avvertirne il peso.
Soprattutto quando c’è vento e la mia camicia si gonfia, le mie braccia tendono ad aprirsi.
Come se potessi ancora volare.
E' solo un sogno ricorrente, quello delle ali, una memoria distorta di una mente malata che vive ai margini del mondo, non sopra, non sotto, non in mezzo.
Guardo la gente che passa, cerco nei loro occhi la mia immagine, ma ho l’impressione che non mi vedano.
Anche i giovani.
Tutti hanno sguardi vaghi, che non inseguono né la luce né l’ombra.
In questo mondo le persone vivono senza sapere realmente di essere vive.
Ma mi chiedo se di questo si deve accorgere un angelo caduto dal cielo per i propri peccati.
Le mie ali…
E’ così doloroso, anche solo pensarci.
Lo strazio si rinnova, come se la sofferenza fisica fosse indelebile, impossibile da cancellare, neppure attraverso gli anni trascorsi, attraverso mille altri ricordi e altre sofferenze.
Perché?
Ogni volta che cerco di spingere la mia mente a quei momenti, stringendo i denti nel dolore, serrando i pugni nella rabbia, i miei ricordi si fermano, come improvvisamente bruciati da una luce che mi acceca, che mi ricaccia alla realtà, al presente, senza speranza…
Sono precipitato in fiamme, dentro un mondo bagnato di pianto.
Ho inondato il selciato del mio sangue, mescolandolo con l’acqua.
I corvi hanno dilaniato le mie carni già dilaniate, il freddo metallo mi ha gridato il mio nuovo status, la mia appartenenza a questo mondo materiale, in cui il dolore è anche fisico.
In cui non c’è amore.
So che ce ne sono altri come me, altri esseri maledetti da Dio, che errano su questo suolo, sotto questo cielo, dentro questa prigione.
Un giorno verranno a me.
Non so perché ho questa certezza, ma è così.
Io sono il faro che li guida.
O sono il fuoco che ha bruciato le falene…
CAPITOLO 2: ENID
Uscendo ha messo la mano oltre la soglia e ha raccolto nel palmo, avvolto in candide bende, qualche goccia di pioggia. Pioggia grigia, corsa lungo un antico palazzo di pietra erosa dal tempo, scivolata sui vetri sporchi, sulle statue nere, sui loro occhi senza vita.
Lei, la donna vestita di rosso, ha indossato le scarpe rosse con il tacco, quelle che avvolgono la sua caviglia con un nastro rosso.
Ha indossato un leggero impermeabile, semi trasparente, un fazzoletto a coprire l’elaborata pettinatura.
E’ molto bella quando cammina per strada, anche se raramente la gente si gira a guardarla una seconda volta.
Ha qualcosa che fa scivolare via gli sguardi, una luce troppo forte…
Forse.
Enid è andata al parco, oggi, a guardare il lago, i pesci che cercano i pezzi di pane lungo le rive, ricordando quando qualcuno si fermava a gettarne.
Non accade più, ma loro continuano a tornare.
Lei siede sulla panchina di pietra, decorata da arabeschi di muschio, e guarda verso l’alto, le cime dei palazzi che convergono verso il cielo, come i pilastri delle chiese.
Cerca uno spiraglio tra le nuvole, con occhi disperati.
Le sue mani fasciate nascondono tagli crudeli, che si è auto inflitta nella speranza di dimenticare un altro dolore, più forte.
Quello delle sue ali recise, di quelle ferite sempre aperte, sempre sanguinanti, che boccheggiano, come i pesci morenti che il temporale ha portato troppo vicini alla riva.
A Enid piace guardare le creature morenti.
Trova buffa la disperazione nei loro occhi, il loro attaccamento alla vita.
Per un angelo caduto la vita è la prigione più terribile ed Enid, innumerevoli volte, ha tentato di evadere, senza successo.
Una ragazza che vaga nella pioggia, vestita del rosso del suo sangue, del rosso del suo fuoco.
Ride e piange, con le mani, sollevate sopra la testa, graffia il cielo, fino a spezzarsi le unghie.
Ma non si apre neppure un varco.
Continua a piovere.
Enid entra nell’acqua, si fa largo tra le piante cresciute sulle sponde, le foglie rigide, quasi taglienti.
Insetti volano via, mentre i pesci accorrono, protendendo le loro bocche mute alle carni bianche di quell’estranea.
Le gocce continuano a cadere sulla superficie del lago.
Adesso Enid vede il cielo, attraverso l’acqua.
I vestiti si sono gonfiati, per un momento il suo corpo ha perso peso e le è parso di volare di nuovo.
Fino a quando non le è mancato il respiro e l’acqua ha invaso i suoi polmoni.
Alghe nere, cresciute senza sole, l’hanno afferrata, presa per le caviglie e tirata sotto, mentre pesci d’argento le volteggiano attorno come farfalle.
Avrebbe voglia di lottare per tornare su, inconsciamente vorrebbe vivere, ma la decisione di morire è più forte. Le mani si aggrappano alle piante nel fondo, i vestiti pesanti la ancorano in profondità.
“Uccidimi”, pensa.
“Uccidimi!”,implora.
Le labbra non formano più bolle nell’acqua.
CAPITOLO 3: TRYSTANE
Sono avvolto dall’infelicità, forse l’artefice oppure la vittima favorita.
Spesso credo sia colpa mia se Enid è impazzita.
La sua mente è stata bruciata dal fuoco della caduta, oppure Dio, oltre a strapparle le ali, le ha tolto anche la ragione?
E’ stato un gesto pietoso per il più caro dei Suoi angeli o crudele, per quello che più ha odiato?
Mi domando se ci sia poi tutta questa differenza…
Oggi l’ho trovata nel parco, che galleggiava al centro del lago.
Come può un essere vivente, ogni istante, architettare un modo per provare ad uccidersi?
Non lo ha ancora capito che gli angeli non muoiono?
Gli angeli, fatti dell’amore di Dio, sono imperituri, come l’amore stesso.
Anche se forse noi non siamo più angeli, non siamo neppure esseri umani. Siamo qualcosa che fluttua a metà, in un limbo pieno di disperazione.
Le nostre ferite guariscono, tranne quelle delle ali.
Il nostro sangue che bagna questo mondo non si asciuga e in breve torna a fluire nei nostri corpi resi materiali dalla maledizione.
Lo sai, Enid?
Ti guardo, mentre ti tengo tra le braccia, il volto immensamente pallido, gli occhi chiusi, le labbra livide.
Il mio amore per te non è diminuito, non è cambiato, non è né più né meno di quanto era prima della caduta.
Quando ti amavo in cielo.
E’ per te che ho accettato tutto questo, per te che ogni giorno trovo la forza di venirti a cercare, di raccogliere il tuo corpo provato dalla tua crudeltà e dal tuo odio per te stessa e per questa nostra condizione.
Non sto cercando un modo per tornare.
Non mi importa.
Non vedo il labirinto in cui siamo costretti, non vedo la prigione. Tutto ciò che mi fa soffrire è la distanza che esiste tra noi due e che io, solo io, cerco di abbattere…
Io voglio solo te, voglio che i tuoi occhi mi guardino, che il tuo corpo cerchi il mio.
Ma non accade.
Per me è questa la maledizione suprema.
Ti porto nel nostro rifugio, un edificio che la gente ha abbandonato all’incuria del tempo.
Le scale riecheggiano dei miei passi.
Il tetto è collassato, a volte dal soffitto delle stanze entra acqua, allora è come se anche le pareti piangessero, tingendosi di grigio.
Le macchie di umidità hanno assunto forme strane.
Tu ci vedi dei volti e li chiami per nome. Quello più nominato è Demian.
Non so chi sia, anche se ho l’impressione che lo dovrei conoscere, ho memorie distorte, ma certe cose le ricordo bene.
Ricordo un angelo che ha causato la caduta.
Allora lo amavamo tutti e lui amava noi. Ma molte cose sono cambiate da allora…
Ho Enid, nessun altro. Non mi importa degli altri, solo di lei.
Guardo i tuoi occhi, Enid, come cercano qualcosa che non è in questa stanza.
Quando ti risvegli mi assali.
Le tue unghie spezzate mi graffiano, fino a farmi sanguinare e io devo usare tutta la mia forza per trattenerti.
Dopo un primo momento, non è difficile vincere la tua resistenza, sei indebolita dal tentato suicidio, in fretta le tue energie finiscono.
Ti getto sul letto, schiacciandoti sotto il mio peso per non farti muovere. I tuoi vestiti fradici stanno bagnando le lenzuola, freddi tra noi due.
Te li tolgo, più dolcemente possibile, senza farti male, e senza riaprire le tue ferite ti tolgo le bende ai polsi e alle mani. Tagli bianchi, pallidi, senza tracce di sangue, boccheggiano, in attesa di rimarginarsi del tutto e scomparire.
Il tuo corpo tornerà intatto come un tempo.
Ti sfilo il corpetto, slacciando ogni cinghia, con pazienza.
Il mio fiato sui moncherini delle ali strappate ti fa rabbrividire.
Ti faccio del male senza volerlo, mi è impossibile evitarlo. Infine, ti sciolgo i capelli, la treccia si disfa, i boccoli cremisi ti ricadono ovunque, come un manto.
Sei bellissima, da togliere il fiato.
Il mio desiderio per te mi cresce dentro come una marea, chiamata dalla luna.
Ti cerco, anche se tu non mi vuoi. So come vincere il tuo rifiuto.
Non serve mi tocchi, puoi anche chiuderti gli occhi con le mani e fingere che non sia io. So che non mi ami, non è un segreto.
A me basta poterti toccare, avere il tuo corpo bianco e morbido, stringere la tua vita tra le mie mani, mescolare il mio fiato con il tuo.
E’ come salire al cielo e poi cadere, ancora una volta. Provare l’ebbrezza del volo, solo grazie al congiungimento dei nostri corpi.
L’atto estremo d’amore non è forse questo?
Com’è, allora, che è diventato bello e doloroso al tempo stesso?
Forse l’amore è stato bandito dalle nostre vite maledette?
Fa parte della condanna che io voglia Enid, che non mi vuole? E che lei voglia un altro che non l’ha mai cercata?
CAPITOLO 4: ENID
E’ stesa sul letto, con il corpo nudo che ancora pulsa, come se avesse la febbre.
Un piacere incontrollabile, sgorgato senza volerlo, che le fa mancare il respiro, che le procura un dolore così profondo da farla piangere.
Batte le ciglia, facendo cadere le lacrime sul cuscino.
Trystane è accanto a lei, l’ampia schiena sudata reca ancora i suoi graffi.
Enid lo guarda a lungo, studiando il volto, bello, la pelle abbronzata, gli occhi azzurri come il cielo a loro negato, il naso forte, le labbra carnose e sensuali.
Quando lui si gira, le sue mani la cercano ancora, carezzano la sua pelle bianca, intrecciando le dita con le sue. La bacia con una voluttà che le spezza il cuore.
Sente il suo amore, quel residuo di divino che ancora aleggia in lui, che il fuoco non è riuscito a cancellare.
Ma non riesce a dargliene in cambio. Il suo cuore è arido. La sua mente pensa solo ad un nome.
Demian.
Enid si alza dal letto e cammina scalza fino alla finestra.
Il pavimento è umido, il vetro sporco di polvere di anni lascia entrare il freddo.
“La pioggia precipita dall’alto, fino a venire ricevuta dalla durezza di questo mondo fatto di pietra ed acciaio. La guardo venire accolta da un abbraccio duro e spietato e ricordo altre cadute e altri abbracci, ancora più tragici, sofferti e dolorosi.
Tu li ricordi, vero, Demian?
Sei stato tu ad appesantire le mie ali fino ad impedirmi di volare, fino a condannarmi alla inevitabile caduta.
I tuoi occhi immensamente azzurri, il tuo sorriso così perfetto…
Eri ancora un angelo oppure le tue piume avevano già incominciato a cadere, come le foglie d’autunno, secche e marce, cadono dagli alberi?
Mi hai chiamato a te, schiudendo appena le labbra e muovendole attorno al mio nome.
“Enid”
Fino ad allora non avevo mai conosciuto alcuna forma di piacere.
Forse lo avevo sognato, assieme al sogno della carne, mai immaginavo esistesse la possibilità di provarlo davvero.
Per noi, che eravamo angeli, l’esistenza ruotava attorno alla perfezione.
Perché desiderare qualcosa che ci poteva allontanare da essa?
Che cosa ci spinge così inesorabilmente fino al limite estremo, verso il confine in cui ciò che conosciamo finisce e rischiamo di precipitare nell’ignoto?
Perché il piacere assomiglia, in sé, così tanto al dolore?
Sapevi quello che facevi quando le tue dita lunghe e bianche si sono serrate attorno al mio polso?
Quando i nostri volti si sono sfiorati e i tuoi capelli d’oro fuso e i miei di fiamma si sono mescolati?
Ho avvertito il tuo alito caldo sfiorarmi, come una brezza infuocata che viene dal deserto, nata sotto il sole rovente di mezzogiorno.
Ho percepito la mia pelle sotto le tue dita, il mio spirito prendere forma, plasmato dal tuo tocco, mentre la mia bocca si apriva avida, desiderosa di divenire corporea per potere toccare il tuo corpo e la tua bocca.
La lusinga della carne era così forte…
Lasciavo indietro ogni cosa senza rammarico, senza rimpianti.
I tuoi baci mi hanno inebriata, più ne avevo più ne volevo, come se fosse impossibile smettere, una volta cominciato. Abbiamo esplorato quei nostri corpi nuovi e sconosciuti con la lentezza di qualcuno per cui il tempo non esiste.
Il ricordo è dolce, ma ferisce come una lama troppo affilata.
Sono state le nostre grida a renderci colpevoli, oppure eravamo già condannati dal desiderio?”
CAPITOLO 5 DEMIAN
Per un essere celeste è impossibile anche solo immaginare di cadere.
Soltanto una volta caduti ci si rende conto di quanto alto volavamo.
Guardo il cielo dalla terra e mi sembra così lontano…fatto di nulla. Come possono delle ali fatte di piume sostenere un corpo pesante come questo?
La chiesa è buia, la sera.
Rimangono solo i lumi delle candele ad illuminare questa oscurità. Gli occhi dei santi mi fissano accusatori.
L’unico che mi guarda con pietà è Cristo, dalla sua croce, il volto sofferente come il mio.
Siamo simili, io e lui! Anche lui è stato condannato a vivere una vita terrena. Per quanto la sua non fosse una punizione ma una missione, è l’unico ad avere provato l’esistenza ultraterrena e poi quella materiale, serbando il ricordo della precedente. Ha sofferto ma alla fine ha fatto ritorno al trono del Padre.
A volte sogno di librarmi di nuovo, sopra i palazzi, sopra questa umida prigione grigia che nutre il mio corpo di sofferenza e la mia mente di illusioni. Ma una voce, dentro di me, mi chiama stupido.
Sognatore.
Illuso.
Anch’io ho la mia missione. Si chiama redenzione. Non degli uomini, ma degli angeli caduti, gli angeli maledetti che scontano qui la loro pena.
La notte di solito vago, senza sonno, prigioniero di ricordi frammentari, che cerco disperatamente di unire in un’unica memoria, per ricostruire gli eventi, anche se so che sarà terribile, quando smetterò di guardare i pezzi del puzzle e la vedrò nella sua interezza.
L’immagine nascosta.
Il sacerdote che ha raccolto il mio corpo trafitto dalla croce di ferro mi dice che forse è la pietà di Dio che mi nasconde il passato.
Il mio confessore trema, lo so.
Quando cammino nella notte, privato del riposo, lo sento lamentarsi, gemere nel sonno.
Ha paura di non poter reggere il peso del mio peccato, quando quello verrà alla luce.
Ha paura di venire accecato dal male che ho compiuto e di bruciare come carta in un falò.
Eppure, le sue mani mi accarezzano il capo, quando lo sconforto mi assale e i miei singhiozzi spezzati riempiono la chiesa. Le sue braccia, smagrite dalla malattia dell’età, mi circondano le spalle, mentre le sue labbra mi mormorano parole gentili all’orecchio.
Poi, mentre asciuga le mie lacrime, sento il suo turbamento.
Mi è troppo vicino.
Lo capisco che la mia bellezza gli fa provare emozioni che credeva di avere perduto con l’avanzare degli anni. Difficilmente la gente mi si avvicina tanto,è come se qualcosa la tenesse distante.
Ma lui è diverso.
Non ha avuto paura a salire sul tetto della sua chiesa per liberare la mia carne dal ferro che aveva accolto la mia caduta.
La chiesa grondava sangue.
Sangue mio, portato dalla pioggia lungo le grondaie e riversato sul selciato del piazzale.
Lui è salito e ha visto i corvi, che beccavano la mia carne esposta, gracchiando come tanti demoni soddisfatti.
Quanto a lungo sarà rimasto lì a fissarmi?
Ricordo di avere aperto gli occhi e di avere visto la sua sagoma nera, tra le sagome nere dei corvi e i rivoli di pioggia.
Credevo fosse il diavolo, venuto a prendermi per mano.
Tutto in me urlava il mio dolore e la mia disperazione. Mai prima di allora avevo sofferto tanto… tranne forse nella caduta, di cui però non serbo memoria, come ho detto.
Ma non avevo più fiato per urlare, e le lacrime me le portava via tutte la pioggia selvaggia, che mi flagellava e toglieva, allo sguardo di Dio, la vista del rosso troppo vivo del mio sangue.
Muovevo le labbra, ma non ne usciva fiato. Sbattevo gli occhi, scacciando le gocce che mi volevano accecare.
Poi i corvi sono fuggiti e delle mani fredde mi hanno strappato, un pezzo per volta, alla mia croce.
Mai, in tutto quel processo, la coscienza mi ha abbandonato.
Sono rimasto lucido, anche se reso quasi pazzo dal dolore, incapace di trovare rifugio nell’incoscienza.
Il sacerdote mi ha preso tra le braccia e mi ha trasportato giù dalle strette scale di pietra.
Mi teneva come si può tenere una cosa, non un essere vivente. Privo di forze, ero come una marionetta che un burattinaio ha lasciato cadere. Poi mi ha deposto su un letto, il contatto con l’asciutto e morbido mi ha fatto tornare alla mente qualcosa
Una parola.
“Perdita”
Ho sentito le lacrime ricominciare ad uscire dai miei occhi.
E non hanno smesso per molto, molto tempo.
Fino a quando, domandandomi perché piangevo, non mi sono reso conto che avevo dimenticato la risposta.
EPILOGO
Questa è una città che lentamente rovina, schiacciata sotto il peso di una pioggia perenne, che pigramente sembra portare via tutto, sembra sciogliere la pietra dei palazzi, smussare i volti delle statue, fino a renderli privi di ogni fattezza, tramutare le strade in torbidi fiumi in cui la gente naviga come barche senza ormeggi, portate alla deriva dalla corrente.
Tutto nero, tutto grigio.
Con la pioggia si perde interesse per le cose che ci circondano e si cessa di guardare.
Così nessuno vede i piccoli segreti che ci circondano.
I volti degli angeli condannati.
Il tempo che passa non lascia tracce.
Tutto procede sempre uguale, sotto questo cielo coperto, sotto questa pioggia triste, dentro questa città senza ombre.
Così gli angeli non cambiano attraverso gli anni e vivono un giorno dietro l’altro come i fiori, che si aprono e si chiudono in attesa di appassire.
Solo io vedrò la loro fine, che verrà un giorno lontano, senza essere annunciata da nessuno, bella come erano belli loro ai tempi della grazia.
Io sono colui che osserva, l’uomo che cammina nello sferzante vento di un fato altrui, l’uomo privo di storia, che scruta quello che nessuno, neppure Dio, vuole più vedere.
Custodisco io i sogni di questi esseri caduti, le illusioni delle loro vite senza futuro, le loro visioni di decadenza, rese ancora più amare dal ricordo della passata grandezza.
E non posso essere triste perché non provo tristezza, né posso sentire pena per loro perché non ne provo.
Li guardo esistere e un giorno vedrò la fine delle loro sofferenze. L’unica consolazione.
Ossian.
